I disturbi della temporalità nel trauma psicologico

Tempo e trauma

Tempo e trauma

I traumi psicologici o traumi emotivi, di qualsiasi natura o entità siano, possono avere conseguenze molto serie nella vita di chi ne è stato vittima. Di questo ad esempio ho scritto nell’articolo Traumi infantili e influenza nella vita adulta: Esiste una cura?
Una fra queste conseguenze riguarda la dimensione della temporalità, precisamente l’alterazione del proprio senso del tempo. Naturalmente non si sta parlando del tempo cronologico, ma del tempo psicologico, delle sue implicazioni emotive.

Pur essendoci variazioni specifiche nelle difficoltà con cui le persone che hanno subìto dei traumi sperimentano i rapporti tra passato, presente e futuro ed il tempo nel suo insieme, possono distinguersi due principali tipologie di disturbi della temporalità: nella prima, presente e passato sono fusi insieme; nella seconda, vi è una compromissione soprattutto a carico del modo di sentire il futuro.

Fusione tra passato e presente come conseguenza del trauma psicologico 
In questo tipo di disturbo conseguente ad un trauma, il presente è catturato dal passato, spogliato delle sue possibilità.
La persona che ha subìto un trauma vive come se fosse dentro ad un eterno passato. Vive cioè non come se il trauma si fosse verificato nel passato una volta per tutte e non potesse o non dovesse accadere di nuovo, ma come se si ripetesse sempre, interpretando qualunque situazione attuale che in qualche modo gli somigli come pericolosamente vicina a quella traumatica, certe volte proprio come se fosse quella traumatica.
In tal senso il trauma diventa un “eterno presente”. Di conseguenza, è gravemente limitata la vita, che non non si vive mai in maniera diretta, nel qui ed ora, apprezzando ciò che può offrire ogni singolo momento che si sta trascorrendo. Lo sguardo è rivolto costantemente indietro e, anche quando si guarda al momento attuale, lo si fa sempre con gli occhi di allora.
Chi ha alle spalle un trauma psicologico sa di cosa sto parlando.

Come mai accade questo?
Una possibile spiegazione di questa compromissione temporale nei soggetti post-traumatici è di natura difensiva.
L’anticipazione del trauma, il fatto di ritenere che qualche cosa di brutto debba accadere per forza servono in realtà a proteggere dall’imprevedibilità con cui la prima volta il trauma si è verificato. L’imprevedibilità è in effetti una caratteristica intrinseca dell’episodio traumatico, è una parte di ciò che contribuisce a rendere il trauma tale, concorre cioè al vissuto stesso del trauma.
In tal senso, aspettarsi il trauma di ieri nell’oggi equivale a spogliare il trauma della sua enorme portata traumatica. D’altro canto è ovvio che il prezzo da pagare per questa operazione psicologica difensiva è molto alto. Il risultato paradossale infatti è che, proprio per essere evitato, il trauma viene sempre riattualizzato, passando la vita e sprecando il presente a cercare di prevenirlo.

In condizioni normali inoltre il rapporto tra passato e presente non è unidirezionale, bensì bidirezionale, nel senso che non è solo il passato ad influire sul presente ma anche il contrario. Normalmente il significato di ciò che è successo in passato viene infatti continuamente rimodellato sulla base di ciò che è venuto dopo. Così i ricordi si trasformano, si arricchiscono, si ampliano.
Perfino questo aspetto “dinamico” del tempo è mancante nel soggetto post-traumatico, essendo invece il passato dolorosamente statico.

È ininfluente – questo va detto -, nel discorso che si sta facendo, che il trauma che si è vissuto sia stato un trauma con la t maiuscola oppure un micro-trauma relazionale ripetutosi diverse volte (per questa importante distinzione si rimanda all’articolo C’è trauma e trauma: Il trauma con la t maiuscola e i micro-traumi cumulativi) – anzi, in quest’ultimo caso si capisce anche meglio come si sia portati a credere che la situazione traumatica sicuramente si ripeterà ancora e ancora, come in fondo è sempre stato, a prescindere dal fatto che magari le proprie condizioni di vita esterne si siano notevolmente modificate.

Appiattimento del futuro come conseguenza del trauma psicologico 
È un altro modo in cui l’esperienza temporale di una persona traumatizzata viene alterata. Il senso di un futuro che si sviluppa in un continuo movimento in avanti, differenziandosi così dal presente, è limitato. Vi è cioè un senso limitato di un futuro che può essere diverso dal passato e dal presente.
La dimensione temporale è dunque svuotata di qualunque opportunità trasformativa: la sensazione è che nulla cambia mai e che nulla sia destinato a cambiare.
I pazienti che intraprendono un percorso di psicoterapia per superare dei vissuti traumatici, perché – per fortuna – non hanno perso del tutto la speranza, sono contemporaneamente molto turbati dall’idea che tanto sarà tutto inutile, che a prescindere da ciò che si farà le cose non cambieranno mai realmente.

Non si tratta tuttavia solo di un futuro che, come il presente, non può essere diverso da un passato tremendo. La percezione è proprio della vacuità del futuro. Un senso di immutabilità delle cose che colora il quotidiano. Senso di vuoto, inconsistenza, noia e apatia sono spesso sintomi correlati.
Questo stato sembra richiamare quello di un bambino non considerato. E trae origine in effetti da un tipo di situazione – assai traumatica – in cui il genitore ignora gli interessi di suo figlio, le sue emozioni e le sue richieste di attenzione, lasciandolo con la sensazione che nulla di quello che fa è realmente importante. In una simile esperienza di trascuratezza emotiva, il bambino è quindi privato della possibilità di prendere parte ad uno scambio vitalizzante che ha luogo quando gli altri ci riconoscono. È qui che il tempo si ferma, nella non rielaborazione partecipata del genitore di una manifestazione del figlio.
A volte quella che sembra una depressione può essere una più generale sensazione che le cose non vadano avanti, che si traduce in una sensazione profonda di disperazione a causa della impossibilità di qualcosa che faccia la differenza.

Cosa può fare la psicoterapia
Il lavoro che si fa in psicoterapia è di mettere in salvo il presente e il futuro da un passato problematico. Di restituire fluidità al tempo psicologico, vitalità al senso di sé.
L’obiettivo è che la persona riesca a vivere in un mondo tridimensionale, in cui la tensione verso il futuro è possibile ed è come un movimento verso qualcosa di aperto, che ancora non si conosce – non di già scritto! -, pur con l’inevitabile influenza esercitata dalla propria storia. Questo è indubbiamente un enorme beneficio di molti percorsi di psicoterapia.

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